Economia / Marco, che mi dici di Bitcoin?

MARCO, MA CHE MI DICI DI BITCOIN?

Nelle ultime settimane il fenomeno Bitcoin è diventato virale. Se ne parla alla fermata dell’autobus, dal barbiere, in pausa caffè e ho capito che la situazione era sfuggita di mano quando me ne ha parlato anche mio padre. Ad oggi non avevo mai trattato l’argomento, cioè non avevo esternato il mio pensiero, se non in merito agli schema-Ponzi che si nascondono dietro buona parte delle criptovalute. Per cui è giunto il momento di parlarne, anche perchè sono molti mesi che Bitcoin sta avendo successo e le sue quotazioni sono esplose, ma, come capita per tanti altri fenomeni nell’ipercinetico mondo attuale, ce ne accorgiamo dopo un bel po’ di tempo, quando diventano di dominio pubblico: quando appunto se ne parla ovunque e spesso senza reali conoscenze.

Il realtà Bitcoin è solo una delle circa 1400 criptovalute oggi esistenti, certamente la più nota e oggi la più cool. Si tratta di una moneta digitale, creata nel 2009 da un certo Satoshi Nakamoto, che è lo pseudonimo dietro al quale (o ai quali) si nasconde l’inventore di questa criptovaluta, che si maneggia dal proprio desktop o app su wallet (borsellini) virtuali.

Non entro del merito di come funzioni, se sia giusto o sbagliato, se sia “in bolla” o si è ancora in tempo per fare la grana. Non lo so, non mi interessa e un mio contributo sarebbe inutile: in rete trovi già migliaia di articoli, eBook, testimonianze di svariati “fenomeni” che dicono di essersi arricchiti in brevissimo tempo, corsi a pagamento per imparare a comprare Bitcoin che, comunque, ti chiedono di pagare in Euro.

L’aspetto di cui voglio parlarti è invece questo. Oggi ci sono sostanzialmente due fazioni: i “rosiconi” che sono rimasti fuori perchè ad oggi non hanno comprato Bitcoin e quindi per loro il giochino è solo fuffa; e quelli che ci hanno messo soldi oppure possono trarre vantaggio dalla moda Bitcoin in qualche modo. Di base questo dibattito non mi interessa. Almeno come professionista della consulenza finanziaria. Infatti per come è strutturato ora, Bitcoin nella pianificazione finanziaria di una famiglia NON serve, NON c’entra, NON va bene. Ci sono altri modi per avere il denaro a sufficienza per garantire gli studi a tuo figlio, consentirgli di avviare un’attività o comprarsi casa. Certamente non sono modi divertenti e alla moda, ma ti consentono di essere un investitore intelligente e dormire sonni tranquilli.

Intendiamoci: può darsi che a breve il mio giudizio vada rettificato. E’ notizia di questi giorni, infatti, l’arrivo di FUTURES per Bitcoin.  Si tratta di un derivato di Bitcoin che viene comprato/venduto nelle banche e nei mercati regolamentati. Finora il Bitcoin è stato scambiato solo su mercati e exchange NON regolamentati. Mentre i Futures emessi da mercati regolamentati permetteranno l’ingresso in questo settore di fondi di investimento, grandi istituzioni, banche e così via. Ma per il momento si tratta solo di un primo passo, che ancora non rende i Bitcoin una realtà in grado di generare seri prodotti finanziari.

C’è, però, una particolarità di questa Bit-storia che è bene tenere a mente e che impatterà a livello sociale. Ed è la tecnologia che sottende Bitcoin, cioè la blockchain: si tratta di una catena immodificabile di blocchi di dati, transazioni ed informazioni crittografate che avrà un grande impatto su tutto. Questa tecnologia, infatti, si può applicare a svariati ambiti e si presta quindi ad una diffusione massiva. Di questo, più dell’ascesa di Bitcoin, c’è da interessarsi. Perchè potrebbe essere che domani Bitcoin verrà sostituita da un’altra criptovaluta, ma la blockchain ci cambierà la vita.

Economia / Immobili inutili, anzi dannosi. Avete mai pensato di…

IMMOBILI INUTILI, ANZI DANNOSI

AVETE MAI PENSATO DI REGALARLI ALLO STATO?

E’ proprio vero che la vita del risparmiatore italiano, una volta dedito a Bot e mattone, è radicalmente cambiata. Se il mercato dei Titoli di Stato oggi offre rendimenti bassissimi, quello immobiliare ha lasciato negli ultimi dieci anni morti e feriti e stenta a riprendersi. Uno degli effetti della crisi del mattone, dovuta al brusco calo del valore degli immobili e al concomitante aumento esponenziale delle tasse (vedi Imu), è quello di ritrovarsi con la proprietà di una casa, una villetta, un rustico, un terreno che costano più di quanto rendono.

Beni acquisiti o ereditati, che fino a pochi anni fa bene o male avevano costi di gestione contenuti e si rivalutavano, oggi invece significano solo spese e grane, tra tasse, coperture assicurative contro danni a terzi, adeguamenti legislativi, bollette. A meno di ristrutturarli a regola d’arte, come la villetta che vedete in foto, spendendo però una cifra che non tutti possono permettersi.

Siamo arrivati al punto che chi possiede immobili “inutili” (e sono in tanti: l’80% degli italiani ha proprietà immobiliari, dalle più modeste a quelle più pregiate) deve porsi la domanda: non è meglio sbarazzarsene e usare in modo più redditizio i soldi che si spendono per mantenerli? La risposta è: sì, spesso vale la pena. Nessuno li vuole neppure regalati a un prezzo simbolico? Si può procedere alla rinuncia. Basta un atto notarile e il bene (con le relative spese) viene trasmesso agli eventuali comproprietari (che non possono opporsi alla decisione) o, se il bene è di una sola persona, direttamente allo Stato.

Non è una operazione a costo zero: si pagano le spese notarili e l’imposta prevista per le donazioni, che varia a seconda dei casi, o, nell’ipotesi di cessione allo Stato, l’aliquota dell’8%. I costi sostenuti inizialmente, però, vengono facilmente recuperati con i risparmi che si ottengono negli anni successivi. Di soldi, di preoccupazioni, di tempo perso con la burocrazia.

Certo, non è bello dover considerare una proprietà solamente un peso: in passato questo genere di operazioni erano eccezionali. Oggi stanno iniziando a diventare diffuse. Il mondo è cambiato e, oltre che difficoltà, offre anche opportunità un tempo sconosciute: ci sono tanti prodotti finanziari che possono fare al caso vostro, molto più di un vecchio rustico in collina che vi regala, ormai, solo tasse da pagare. Pensateci.

Economia / Come perdere soldi in banca coi Titoli di Stato

COME PERDERE SOLDI IN BANCA CON I TITOLI DI STATO

Perdere soldi in banca è uno degli sport preferiti da certi risparmiatori. Purtroppo quelli italiani sono, sotto questo punto di vista, dei veri campioni. Focalizzati sul breve periodo e sul “poco ma sicuro”, oggi chi investe seguendo queste due vecchie regole si trova disorientato, smarrito ed infine immobilizzato.

Le ragioni sono molto semplici: diseducazione finanziaria, marea di soldi fermi sui conti correnti e tassi d’interesse ai minimi sugli strumenti di solito utilizzati per investire. Tre cause diverse fra di loro, ma che mixate producono un risultato letale. Non a caso, gli strumenti tuttora più presenti nei portafoglio dei risparmiatori italiani sono conti correnti, conti deposito e obbligazioni di Stato o societarie.

Questo accade per mancanza di educazione finanziaria, perchè per cultura non siamo stati abituati ad investire realmente i nostri soldi, ma a PRESTARLI al nostro Paese attarverso i BOT o i BTP, oppure alla nostra banca tramite le obbligazioni o i depositi sui conti.

Non è facile cambiare i comportamenti delle persone, ma è necessario oggi più che mai modificare le abitudini. Serve che le persone capiscano cosa significa investire davvero e cosa succede se continuano a lasciare i soldi in conto o a prestarli alla propria banca che fallisce.

Lo Stato oggi non fallisce, ma è pieno zeppo di debiti e propone uno straordinario BOT a 6 mesi che offre una perdita certa di 0,43%. Eppure titoli di Stato con durate anche più lunghe sono tuttora presenti nei dossier titoli e nelle gestioni separate. Ad esempio un BTP a dieci anni ha un rendimento di 1,73%, ma per avere la certezza di incamerare quel rendimento, è necessario detenere il titolo per l’intero decennio perché, in virtù del mercato, il titolo può avere delle oscillazioni, a fronte di una cedola semestrale di interessi.

I rendimenti a scadenza dei titoli di Stato sono ridicoli ed incorporano più rischi che soddisfazioni economiche, ma le persone tendono a sottostimare i rischi perchè non sono successi scandali in passato che hanno coinvolto il nostro Paese.

Ma il mondo è cambiato e sarebbe ora che anche i risparmiatori si adeguassero. E capissero che un investimento è intelligente quando rischio e rendimento sono strettamente connessi: il guadagno deve essere parametrato al rischio che si decide di correre e deve essere mirato al raggiungimento del proprio obiettivo finanziario concreto:  l’istruzione dei figli, integrare la pensione, avviare una propria attività, l’acquisto di una nuova casa. Tutto questo la semplice sottoscrizione di Titoli di Stato non te lo garantisce affatto.

Mentre il compito del consulente finanziario è costruire un progetto che porta a massimizzare i rendimenti, a fronte della propensione al rischio della famiglia per la quale lavora, e minimizzare i rischi, utilizzando strategie e strumenti atti a tutelare il benessere famigliare prima di tutto.


E tu, stai ancora cercando il conto deposito con il tasso più alto oppure stai pensando realmente al tuo futuro?

Economia / Commercialista & Consulente finanziario? No, grazie

COMMERCIALISTA & CONSULENTE FINANZIARIO?
NO, GRAZIE

Sono alcuni anni che il Parlamento esamina la questione e stavolta pare che la Finanziaria in discussione in questi giorni darà il via libera a un’importante novità: anche i commercialisti potranno iscriversi all’Albo dei consulenti finanziari.

Parliamo potenzialmente di 120mila professionisti della contabilità (come vedete nella tabella sotto) che potrebbero esercitare il ruolo di consulente, anche se a certi condizioni: dovranno essere indipendenti e quindi ricevere compensi solo da chi compra i prodotti finanziari e non da chi li offre e dovranno passare un esame di abilitazione professionale, anche se in forma semplificata (si suppone infatti che abbiano già ampie conoscenze di base in quanto commercialisti).

Posso dire che la trovo una pessima idea, generata fondamentalmente da ragioni economiche?
Già, perché, a causa della crisi, oggi tanti commercialisti navigano in cattive acque e sono attratti dall’idea di “arrotondare” le entrate attraverso la consulenza finanziaria.

Ma fare consulenza finanziaria non è semplice. E’ un altro mestiere rispetto alla tenuta della contabilità.
Per mia esperienza molti commercialisti hanno competenze limitate in ambito bancario e di strumenti di investimento. Come tantissimi consulenti non possono avere competenze di ambito fiscale.
Perché uniformare le professioni? Perché creare scompiglio e confusione?

Se i commercialisti si potranno iscrivere all’albo dei consulenti, allora i consulenti potranno iscriversi all’albo dei commercialisti?
Le tariffe da chi verranno decise?
Ci sarà un tabellario/listino univoco per tutti i professionisti dell’albo? Insomma, maggiori incombenze, maggiori obblighi formativi, maggiore burocrazia per tutti, in primis proprio per i commercialisti.

E ancora: vale davvero la pena di immettere tanta gente in un settore che ha già una vasta offerta?
Che cosa succede se i consulenti finanziari da 60mila circa diventano quasi 200mila: non ci sarà forse un eccesso di concorrenza che abbatterà i compensi?
Inoltre: il risparmio è un valore importantissimo, tutelato costituzionalmente: davvero si può pensare di affidarlo a persone che principalmente si occupano di altro, hanno requisiti differenti e svolgono un esame di abilitazione diverso e meno rigoroso?

No, questa non è una cosa seria e, se la proposta di legge non verrà modificata sostanzialmente, a pagarne le conseguenze saranno anche i risparmiatori.
I quali, direi, di tutele ne hanno già oggi anche troppo poche…

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Economia / Emissione record per i BTP Italia…

EMISSIONE RECORD PER I BTP ITALIA
I RISPARMIATORI PRESTANO SENZA INTERESSI, IL TESORO RINGRAZIA

Solo pochi giorni fa ho fatto un post sulla scarsa convenienza che oggi offrono i Titoli di Stato: non sono più sicuri come un tempo e rendono pochissimo, a volte nulla, e che in alcuni casi hanno persino tassi negativi.

La situazione è questa ormai da diverso tempo ma il risparmiatore italiano continua ad agire seguendo il timore (come se i Titoli di Stato fossero inattaccabili) e l’abitudine (come se fossimo ancora negli anni Ottanta o Novanta). Ecco così che anche l’ultima asta dei Btp, conclusa venerdì scorso, è stato un altro successo per il Tesoro, che ha piazzato Btp Italia (a sei anni) per oltre 7 miliardi di euro, di cui una buona parte per il pubblico retail (quasi 4 miliardi). Eppure il rendimento di questa emissione è minimo: 0,25% lordo più l’indicizzazione a un’inflazione stimata allo 0,7%.

Gli analisti concordano: si tratta di un prodotto che serve unicamente a conservare i risparmi e che non dà alcun lucro. Il vantaggio rispetto a tenere i soldi in banca praticamente non esiste. E il rischio, seppur basso, non è nullo: è lo stesso rischio che si correrebbe sottoscrivendo prodotti finanziari prudenti, che però in cambio danno qualcosa in più.

L’indicizzazione all’inflazione è forse l’unico aspetto apparentemente interessante. Scriveva venerdì scorso il Corriere della Sera: “sottoscrivere il nuovo Btp Italia potrebbe essere un’opportunità nel futuro. È, infatti, abbastanza probabile che in sei anni (il tempo della sua durata), se le condizioni economiche restano in miglioramento, si riaccenda l’inflazione che è il «motore» nascosto dentro la cedola di questi titoli”. Ora, sinceramente, vi sembra che le condizioni dell’economia italiana siano in miglioramento? E che l’inflazione, che Mario Draghi non riesce a stimolare neppure iniettando da anni miliardi su miliardi attraverso il Quantitative Easing, possa riaccendersi, proprio ora che anche esso sta per andare in soffitta?

Insomma, cari risparmiatori italiani, forse è il momento di cominciare a ragionare in termini meno pigri e abitudinari: perché prestare soldi al Tesoro in cambio di nulla, o quasi, non è proprio un modo intelligente di investire i propri risparmi. Anzi, a dirla tutta, è proprio una pessima idea…

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Economia / Anche Carige verso il disastro e noi pagheremo…

ANCHE CARIGE VERSO IL DISASTRO
E NOI PAGHEREMO PER PROLUNGARE L’ENNESIMA AGONIA

Un altro bubbone sta per scoppiare nel malandato mondo delle banche italiane, un bubbone sul quale un mesetto fa avevo fatto un post. Nella notte è infatti saltata la costituzione del consorzio di garanzia per l’aumento di capitale da 560 milioni di euro, deliberato dal consiglio di amministrazione di Carige per mettere in sicurezza i conti nell’ambito del piano di risanamento dell’ad Paolo Fiorentino. Non è bastato aver messo in atto imponenti tagli ai costi e al numero del personale: i soldi per salvare l’istituto ligure non sono stati raccolti e ora Carige si avvia allo stesso destino di Mps: risoluzione e nuovi aiuti coi soldi pubblici.

Forse la Bce concederà a Carige una proroga fino a fine anno ma se a gennaio non ci sarà stato l’aumento di capitale o l’intervento di un cavaliere bianco, a pagare il conto saranno i contribuenti. Con le solite lacrime e sangue per gli incolpevoli obbligazionisti (e non solo). Intanto le azioni dell’istituto stanno perdendo valore a rotta di collo (oggi Carige vale appena 140 milioni, un terzo del valore dell’aumento di capitale richiesto) mentre e gli altri titoli bancari sono in profondo rosso, in primis quello del Credito Valtellinese.

Come andrà a finire? Provo a indovinare. L’aumento di capitale non ci sarà, la banca andrà in risoluzione con perdite per i risparmiatori (piccoli azionisti e obbligazionisti), lo Stato dovrà intervenire acquistando quote con denaro pubblico. E probabilmente l’intervento dello Stato non sarà sufficiente e come nel caso di Mps a soldi pubblici dovranno essere aggiunti altri soldi pubblici, perché con il passare del tempo le perdite aumenteranno.

Una vergogna infinita, un modello fallimentare in cui a pagare continuano ad essere non manager incapaci e collusi e grandi azionisti colpevoli ma noi, come risparmiatori o come semplici contribuenti.

L’ideale sarebbe stato PRIMA mettere in sicurezza le banche, come hanno fatto all’estero, e POI firmare la norma sul bail-in che impedisce gli aiuti di Stato. Il nostro governo ha fatto l’inverso, con incredibile approssimazione, e ora cominciamo a pagare le conseguenze di tanta irresponsabilità. Ma a questo punto, è comunque meglio smetterla di buttare soldi per prolungare l’agonia di tante, troppe banche in difficoltà. Il governo tuteli i correntisti e i risparmiatori nei limite del possibile, e lasci che il mercato bocci chi non è in grado di sopravvivere. Non si può continuare con la respirazione bocca a bocca, usando per di più il nostro ossigeno.

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Economia / Compro obbligazioni e sono sicuro (di perdere)

COMPRO OBBLIGAZIONI E SONO SICURO (DI PERDERE)

Una volta gli Stati erano solidi e le banche erano sicure. A quei tempi, del resto, si poteva dormire con le chiavi infilate nella porta di casa, perché nulla di grave o imprevisto sarebbe successo. Poi negli anni sono scoppiati alcuni casi di “fallimenti” famosi e di “risparmio tradito”, ma il rischio percepito nel comprare obbligazioni continua a non essere reale. E invece… Invece è proprio il caso di iniziare a ragionare. E a preoccuparsi.

Quando un risparmiatore compra obbligazioni non sta investendo, sta PRESTANDO soldi ad un’azienda o ad uno Stato che, in base a un contratto da lui stesso redatto, si impegna a restituirteli ad una determinata scadenza, riconoscendo un determinato tasso di interesse.
Più il tasso è alto, maggiore è il premio al rischio. Infatti per finanziarsi sul mercato, lo Stato più sano si può permettere di pagare interessi più bassi perchè tu risparmiatore sai che quasi certamente rientrerai in possesso dei tuoi soldi. Lo Stato o l’azienda con l’acqua alla gola, invece, dovrà offrirti interessi più elevati per attrarre il tuo denaro.

Un banale esempio di stretta attualità riguarda il Venezuela, che in questi giorni ha dichiarato default. Caracas nel 1997 ha emesso un titolo di Stato in dollari con durata 30 anni e tasso annuo 9,25%; nello stesso periodo lo Stato Italiano sulla medesima durata offriva un tasso attorno al 6,5%.
Dopo circa vent’anni, il titolo italiano ha una quotazione di circa 143, cioè chi ha messo soldi in quel titolo ha incamerato cedole annuali di 6,5% e oggi, se avesse acquistato in emissione, avrebbe un guadagno di un altro 43%. Il titolo del Venezuela, invece, oggi quota circa 28 dollari perchè lo Stato sudamericano è in default, cioè è fallito.

Morale della favola: le obbligazioni, essendo quotate, vanno incontro a oscillazioni proprio come le azioni, anche se sulla base di criteri diversi. Sono un rischio ma, al contrario delle azioni, oggi manco garantiscono potenziali buoni rendimenti. Infatti attualmente il mercato obbligazionario è sommerso dalla liquidità erogata – per stimolare l’economia – dalle banche centrali.
Risultato: ci sono in giro per i mercati mondiali 11 TRILIONI di dollari in obbligazioni che hanno tasso negativo. Cioè che non danno alcun guadagno, anzi.

Eppure… Eppure molti continuano ad investire in Bot o Btp o persino in obbligazioni della propria banca. Se intendete investire sui Titoli di Stato, italiani o stranieri, rileggete quanto ho scritto sopra. Se invece volete addirittura acquistare bond del vostro istituto di credito, sappiate che state sbagliando tre volte, perché:

1) Correte il rischio bail-in, cioè di perdere tutto. La prospettiva vi piace?

2) State prestando soldi ad una banca che, almeno in Italia ma non solo, ha mediamente un modello di business vecchio, superato ed in pratica estinto.

3) Un titolo singolo è uno scommessa, non un investimento. Per le scommesse ci sono i cavalli, il bingo o i casinò.

Ricordatelo quando vai in banca la prossima volta.

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Eventi & Cultura / Inaugurazione mostra d’arte alla galleria Le Due Torri (18/11)

Dal 18 al 26 novembre presso la galleria d’arte Le Due Torri (Noceto, Parma) di Tommaso Tomasi, si terrà la consueta e sempre spettacolare mostra d’arte autunnale dove sarà possibile ammirare importanti dipinti, disegni e mobili dal XVI al XX secolo e opere di scultura antica e contemporanea.

L’INAUGURAZIONE E’ PREVISTA NELLA GIORNATA DI SABATO 18 NOVEMBRE ALLE ORE 17,30.

Nell’occasione del giorno inaugurale si terrà l’evento “CONVERSAZIONI D’ARTE: “Ottimo conduttore di colore”: dipinti su rame dalle collezioni storiche al nuovo collezionismo” • di Emilio Negro e “Un inedito di Carlo Mattioli (1978)” • di Marzio Dall’Acqua. A seguire cocktail e piccolo rinfresco.

Venerdì 24 novembre ore 18,00 un altro interessante appuntamento: l’incontro esclusivo per il LIONS CLUB PARMA FARNESE • con intervento critico di Maria Cristina Chiusa.

Gli orari della mostra sono: dal lunedì al venerdì dalle 15,30 alle 19,00 – sabato e domenica dalle 10,30 alle 12,30 e dalle 15,30 alle 19,00.

Marco Zambonini è orgoglioso sponsor della mostra.

Economia & Politica / Trump, un anno senza terremoti e cavallette

TRUMP, UN ANNO SENZA TERREMOTI E CAVALLETTE

Su diversi aspetti (come la politica estera e i rapporti con Iran e Corea), Donald Trump può non piacere. Ma, sul piano strettamente economico, bisogna dire che a un anno dalle elezioni le cose negli States non stanno andando male. La disoccupazione è bassa (4,2% lo scorso ottobre, magari fosse così da noi), la crescita è moderata ma costante (3% annuo nonostante l’uragano che si è abbattuto sulla Florida qualche tempo fa) e la Borsa è in salute, tanto che negli ultimi 365 giorni, i mercati a stelle e strisce hanno registrato un aumento complessivo del 20% circa (Dow Jones a +28,7%, S&P500 al +21% e il Nasdaq addirittura al +30,3%). Certo la diseguaglianza che condanna milioni di americani a mangiare ai fast food e a vivere in roulette prosegue. Ma questa non è un’invenzione di Trump.

La vicenda ci conferma ancora una volta che è bene fidarsi di stampa e analisti ma, soprattutto quando si parla di grandi scenari e non della valutazione su questa o quella impresa o titolo borsistico, fino ad un certo punto. Ricordate le sventure che un annetto fa si presagivano per l’economia americana a seguito dell’elezione di Trump? Guerre commerciali, crollo del dollaro, protezionismo spinto con conseguenze pesanti sulla bilancia commerciale? Nulla di tutto questo si è verificato. In parte perché, a dire il vero, una buona parte delle promesse fatte da Trump in campagna elettorale non sono state mantenute (e forse erano solo propaganda). Ma in parte anche perché certe analisi si fondavano su preferenze politiche o ideologiche. Che però, quando si parla di denaro, proprio e altrui, sarebbe bene lasciare da parte. Tra un anno, salvo imprevisti clamorosi, Donald Trump sarà ancora presidente degli Stati Uniti e gli Stati Uniti non saranno afflitti da nessuna irreparabile calamità economica, scommettiamo?

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Economia / I PIR made in England hanno boom e a noi conviene imitarli

I PIR MADE IN ENGLAND HANNO FATTO BOOM
E A NOI CONVIENE IMITARLI

Ti ho già parlato alcune volte dei PIR (Piani individuali di risparmio) come strumento utilissimo per investire i vostri soldi con buona redditività attesa e un regime fiscale agevolato. Ora però voglio mostrarti i vantaggi dal punto di vista di chi sta dall’altra parte della barricata, ossia dal punto di vista delle imprese (aziende esclusivamente italiane che operano in determinati settori, tra cui, ultimo arrivato, quello immobiliare) che emettono i titoli sui quali i PIR investono.

Lo faccio prendendo spunto dalle parole che ieri ha usato il fondatore di Mediolanum, Ennio Doris, in un incontro organizzato al Teatro Regio qui a Parma proprio da Banca Mediolanum in collaborazione con Confindustria. I PIR, ha spiegato Doris, sono già presenti in Regno Unito da una ventina di anni e grazie a loro tante pmi britanniche hanno potuto aumentare la loro liquidità senza dover ricorrere esclusivamente al credito bancario. Ben 3.700 aziende inglesi sono così cresciute in questi due decenni da poter approdare in Borsa. Lo stesso grazie ai PIR made in Italy potrà avvenire per tante pmi italiane: ce ne sono circa 20mila che secondo Doris possono potenzialmente percorrere lo stesso cammino di crescita approfittando dei vantaggi di questo strumento a due facce: prodotto finanziario per il risparmiatore, canale di raccolta di liquidità per le società. Un cammino di crescita che invece, in tempi di stretta creditizia forte e prolungata come l’attuale, senza strumenti come i PIR risulterebbe proibitivo, se non impossibile.

Insomma, tra tante misure austeritarie e depressive varate a Bruxelles e Roma, l’introduzione dei PIR va in controtendenza: mentre fa guadagnare il risparmiatore (sempre che sia ben assistito dal consulente nella scelta di bond e azioni su cui investire), aiuta l’economia reale del nostro Paese a crescere e ad aggirare il credit crunch. Non è poco, anche perché l’accesso al credito, secondo le nuove disposizioni europee, a partire dal prossimo 1 gennaio sarà ancora più difficile di quanto non sia oggi. Non solo i risparmiatori, anche gli imprenditori sono invitati a non lasciarsi scappare l’occasione dei PIR.

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